Muezzin 3.0

La prima volta che l’ho sentito sono saltata sul letto. Sembrava fosse lì accanto a me. E non nascosto in qualche sala misteriosa del minareto che si vedeva dalla finestra dell’Italian Flat di Beit Sahour.

Non saprei dire l’ora. Un momento indefinito per cui di solito si usa l’espressione “nel cuore della notte”. A quell’ora lui, il muezzin, intona quello che qualche giorno più tardi scoprirò chiamarsi adhān, il richiamo alla preghiera obbligatoria per i musulmani.

Allah è grande
Testimonio che non c’è altro Dio all’infuori di Allah
Testimonio che Maometto è il messaggero di Allah
Affrettatevi alla preghiera
Affrettatevi al benessere
Pregare è meglio di dormire
Allah è il Grande
Non c’è altro Dio al di fuori di Allah

Mi aiuta wikipedia. Le parole sono in arabo e sono un canto che si ripete cinque volte al giorno. Cinque volte al giorno il mondo musulmano praticante intorno a me si ferma. In qualunque luogo, nel mezzo di qualunque azione. E la preghiera ha inizio.

Il richiamo della notte – che poi, sempre qualche giorno dopo scoprirò essere in realtà il primo richiamo della giornata – mi ha ormai svegliata. Vado in cucina, mi verso un bicchiere d’acqua. E poi, godendo della notte ancora tiepida mi sposto sul terrazzo. Il bicchiere tra le mani e il sedere appoggiato al basso muretto.

E vedo lì quello che forse non esiste, o non esiste più, in nessun altro luogo dove mi sia capitato di stare, viaggiare, rimanere. Un campanile e un minareto. A una distanza che la prospettiva fa sembrare minuscola. Gioco di illusione visiva o realtà, sono lì, una chiesa e una moschea a pochi passi di distanza.

Con il tempo scoprirò gli angoli polverosi di quella convivenza. Ma l’immagine ormai è impressa. Come una polaroid nella tasca superiore del mio zaino da viaggio.

Il prodigio delle religioni dogmatiche è la loro universalità. Dalla prima notte che ho sentito quella voce, per tutto il tempo della mia permanenza in Palestina, non ho più potuto smettere di fermarmi, cinque volte al giorno, per almeno un secondo. E ammirare il rimbalzare delle voci dei muezzin di quel pezzo di terra: da un villaggio all’altro di quei piccoli e grandi agglomerati dai tetti piatti che macchiano il deserto. E non ho potuto smettere di pensare che quella voce valica i confini, arriva a Ramallah, a Nablus, in Giordania, in Egitto. Tutto nello stesso istante, tutto nella stessa eco.

Ho provato lo stesso senso di sospensione quando, in un caldo pomeriggio d’estate, anni dopo, ho sentito il muezzin della moschea di Whitechapel, nel cuore della parte orientale di Londra, intonare lo stesso richiamo. Certo. Una fetta di fuso orario o due in meno. Ma il pensiero è ritornato al deserto. E ho rispolverato la polaroid di quella Chiesa e di quella Moschea, ritte, una accanto all’altra nel cuore del villaggio di Beit Sahour. Dieci minuti in discesa la distanza che lo separa da Betlemme. Anche lì, del resto, dal campanile della Chiesa della Natività, proprio dritto davanti a sé, probabilmente un francescano due ore fa, stava osservando il muezzin del minareto lì a due passi. Fuso orario più, fuso orario meno.

Per diversi mesi mi sono domandata come facesse quell’uomo, come facessero quegli uomini, a stonare così raramente, soprattutto di notte.

E un giorno, una sera all’imbrunire, mentre sorseggiavo una laica birra fresca sul terrazzo vista Chiesa-Moschea ho avuto la risposta. Dopo pochi minuti dalla conclusione dell’adhan del momento, un inconfondibile suono si è propagato dallo stesso altoparlante.

La brevissima serie di suoni con cui si chiude il sistema operativo Windows XP.

Virginia Fiume – Texte / Text / Testo
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